Ho la mente annebbiata da una foschia di loschi figuri. Strane presenze si addensano nei miei pensieri. C'è l'idea del suicidio porcello, ammazzare cioè i porci con le ali, i famosi porcelli, c'è l'idea d'investigare oltre ma anche indietro nella mia vita per vedere se ho subito violenze da bambino o magari da vecchio, con un occhio di riguardo rivolto sempre verso il futuro non si sa mai, c'è l'idea che forse non tutto va buttato via ma anche per strada, ci sono cattive presenze, il mio animo oggi è contaminato, forse sto per esplodere forse è un animo con le mine contate piuttosto che i minuti o i secondi che arrivano sempre più tardi dei primi, un animo minato. Ho una certa rabbia repressa, un certo nervosismo, una certa malinconia, ma non è detto che tutto debba essere certo, nulla è sicuro, tutto è relativo, magari tra un po' mi passerà, come fece il passero consultando maga Magò. Ho un magone in gola e un sansone sullo stomaco, mi sento ferito nel mio punto più debole, al tendine d'Achille e mi accorgo di avere sempre meno poesia che mi scorre nelle vene.
Ho rapito la Gioconda. Poi l'ho portata a letto ma con mio stupore è rimasta un pezzo di legno. Era sempre stato il mio sogno proibito farlo con quel capolavoro di donna. Le mie ex erano tutte delle bambole di pezza, questa si è rivelata di legno. Forse dovrei recarmi ad un sexy shop per prenderne una di gomma, magari ci faccio anche i palloncini. Adesso mi ride spudoratamente in faccia, con quel suo sorriso beffardo. Non me la da. Se la tira la Gioconda, come se fosse una grande modella, si fa vedere dietro vetrine anti-proiettili, fa le passerelle nei più famosi musei del mondo, ma guai a toccarla! Arriva la fine del mondo! Cioè do! Un po' come una prostituta d'alto bordo e di un certo spessore (5-10 centimentri?) di Amsterdam. Ma io l'ho rapita e adesso è qui con me a casa ma neanche sotto tortura vuole svelarmi il suo segreto. Sono solo. Ho paura. Io ho perso l'aereo e la mamma no. Si avvicina Natale e si allontana ferragosto; lei mi guarda, fuori qualche fiocco di neve. Dentro qualche fiocco e basta. Le gambe mi fanno "giacomo-giacomo" ma non risponde nessuno. Chi la vuol comprare? Qualcuno mi ha avvisato che forse è un falso. Un travestito?


Ho bisogno di leggerezza. Di una leggera brezza che mi lasci cullare in alto, di una certa ebbrezza. Ho bisogno di tristezza, di una triste amarezza che addolcisca questa pesantezza. Dammi l'aria, il fuoco e le braci di un falò con serenezza. Una sera con una carezza al caldo con te dolcezza. Dammi una certezza, una sicura fortezza dentro il mio cuore, passami la bocca con delicatezza, piano con lentezza, senza freddezza, scaldami col miele sulle labbra, applicami quella mielezza. Ho finito. Adesso vado via con dentro tenerezza.
Ogni tanto bisogna scrivere di getto, uno schizzo sul quaderno, una macchia sul diario. Senza stare lì a pensare a cosa scrivi le parole vengono da sole, senza bisogno di doverle eccitare, fuggono via , arrivano e si scrivono nella memoria di un cielo. Vola via, vola via ogni parola, vola via ogni pensiero, un soffio d'aria , un vento urlante, un silenzioso sospiro, uno sguardo inopportuno, una vista pronta, un ascolto di ciò che cade, che cade in rima o che cade in fila. Parole domino, dominio di parole, padrone delle mie parole, parole di nessuno. Ness'uno è forse due, magari un altro numero, è di sicuro un'altra parola venuta così a caso a bussare alla mia porta. Svolazzano e tu le prendi o sono loro che ti rapiscono, i sensi a volte senza senso, avvolte immerse di mistero, sprofondate in abissi dove la mente non mente, o lo fa raramente. O la mente può mentire a te stesso, dirsi bugie da sola, non essera sincera neanche con gli altri, oggi getto così solo qualche parola, le butto ma non via, nel cestino di chissà ché e di chi no sà chi.
Questa notte ti ho sognata nella nebbia, cercavo di raggiungerti ma l'aria era densa e tesa come una tela di ragno. E nella nebbia eri più bella, la tenue luce rimasta si adagiava perfettamente sulle tue linee delicate. Allungavo le dita per sfiorarti, accarezzarti la schiena come pigiando delicatamente i tasti di un pianoforte, suonare le tue splendide note sulla bocca rossa che risplendeva morbida e calda nel grigio sfumato. Nell'autunno del tuo letto ti ho cercata ma non c'eri. Attendo l'inverno, per trovare la mia regina tra la neve. Come una foglia che cade mi sono sentito fluttuare verso terra tra le gocce che imperlavano l'aria e me ne sono bagnato. E' stato solo un sogno, ed io ho sempre fretta di svegliarmi. Un soffio di vento mi ha portato via di nuovo lontano da te in quest'autunno condensato di rugiada. Ma fuori adesso splende il sole, attendo un altro giorno, un'altra notte per sognarti nella neve. Ed io pronto a riscaldarti accarezzando piano le tue guance.
Era un gigolò alle prime armi, un soldato dell'amore che sapeva usare bene l'arco e le frecce. Mirava ai miraggi delle donne più belle, cantava e ballava, suonava anche al portone del bordello, era un artista tutto fare ma anche tutto dire e perché no anche tutto baciare. Tra dire fare e baciare viene prima il tradire e per lui era facile. S'incantava davanti ad ogni donna desnuda e soprattutto sapeva ammaliare anche la donna più velenosa, praticamente un incantatore di serpenti. Un uomo viscido dunque, cosparso d'un certo fascino oleoso che lo faceva però cadere sempre sul più bello. Non che fosse gay, ma aveva anche una certa predisposizione all'amore universale tra uomo e uomo, e tra umano e umano e Uma Thurman e Uma Thurman. Aveva sempre problemi di cuore ma ciò nonostante la cardiologia non aveva saputo aiutarlo. Ogni tanto batteva anche lui, camminava sui marciapiedi di notte, sui marciamani di giorno e di pomeriggio usava le marce della sua spider. Una sorta di acrobata, un po' suonato come una campana che prima faceva din poi don e poi Giovanni. Era anche un buon idraulico, conosceva le fantasie femminili, tubava infatti come solo un idraulico piccione potesse fare. Conosceva tutte le astuzie per far cadere ai suoi piedi una donna, soprattutto l'arte dello sgambetto, della cucina ai ferri stretti per tenerle ferme, dell'arresto con le manette dell'amore, alla magia d'un filtro d'amore per le donne che fumavano. Era un ottimo borseggiatore, rubava cuori e ne richiedeva il riscatto con un due di picche ma spediva spesso anche mazzi di fiori ed amava ritrarre le sue amanti in ottimi quadri di nudi. Insomma, un uomo che sapeva giocare le sue carte.
Nella nebbia
Hermann Hesse
Strano, vagare nella nebbia!
Solo è ogni cespuglio e pietra,
nessun albero vede l’altro,
ognuno è solo.
Pieno di amici mi era il mondo,
quando la mia vita era ancora luminosa
adesso, che la nebbia cala,
nessuno si vede più.
Veramente, non è saggio
chiunque non conosca il buio,
che piano ed inesorabilmente
da tutti lo separa.
Strano, vagare nella nebbia!
Vivere è solitudine.
Nessuno conosce l’altro,
ognuno è solo.
Sta mattina (che non è una piccola pazza) mi hanno schiacciato il naso sbattendomi la realtà in faccia, credevo che succedesse solo con le torte ma a quanto pare ho avuto torto. Mi ritrovo sempre con questa benedetta realtà appena sveglio ma io non ci sto, vorrei continuare a dormire a volte e a sognare di mucche con le ali, di porci con le piume, di giraffe nane, di nani altissimi, di profondissime altitudini, di sporche bassezze che si elevano a rischio e pericolo. Sì perché a volte mi capita di sognare sporco, ma anche senza la esse va bene, sogno anche porco perché a volte dormo in piedi quindi sogno a piede di porco di svaligiare banche e scassinare i cassetti dei miei sogni. Quanti cassetti. Tanti, praticamente dei cassotti, sogni che a volte fanno male. Ladro di sogni e di fantasie a volte volo via. E vorrei uscire fuori da questo tunnel, ritrovarmi in un'immensa città tra una marea di persone e un'ondata di animali, farmi largo tra la folla quindi ingrassare, passarvi attraverso, cercare l'anima gemella, quella sorella, la cugina, la zia e la nonna perché forse non esiste un solo amore. Che domenica piovigginosa e umidiccia, attaccaticcia, né carne né pesce e neanche uova, a digiuno guardo fuori dalla finestra. Piove. Qualcuno sputa sui vetri, mi affaccio fuori e vedo il mio riflesso sputato sputato. Decido che non è giornata, dunque magari sarà nottata e preferisco restare a casa oggi. Saluti e cotillons.
Ti amo perché non ci sei, come non c'è la luna quando la notte è ammantata di troppe stelle, così infinite stelle da nasconderla. Ti amo perché finalmente sei andata via senza lasciarmi nulla tra le mani, solo una goccia del mio pianto che scivola sul palmo. Ti amo perché mi hai abbandonato in un campo di spine senza più indicarmi il sentiero. Ti amo perché non mi hai amato più, perché in realtà non mi hai mai amato e forse mai io ho amato te. Sono io che sono scappato, sono io che ti ho lasciato quando tu mi hai detto addio, sono io che sono indietreggiato, sono io che ti ho lasciato sola.
Ti amo e non ti amo più.A volte cammini più piano del solito come se avessi un peso sulla coscienza, invece è solo perché senti il peso degli anni sulla schiena perché è noto che non solo i sordi non si sentono vecchi. Sali quella salita, scendi quella discesa, pianeggi quella pianura, insomma cammini sulla strada della vita piena di curve e strane performances. C’è chi prova a camminare a due metri da terra e si fa sempre male, c’è chi ha provato a farlo sull’acqua e ci è riuscito e cecchino spara a tutti quelli che vede camminare. Si inizia a quattro zampe, quatti quatti, gatti gatti, a gattoni insomma, poi ci si alza piano piano, si salgono le scale si raggiunge un altro piano sui gradini della vita. E le trombe delle scale si suonano ogni anno per festeggiare un compleanno, si fanno feste disordinate, feste con torte, in faccia, e guai alla nonna se invece della torta ti dovesse fare un torto, quello non si mangia cala giù storto, quella vecchia papera! Ci cala sempre addosso una certa malinconia a volte, mi chiedo perché non resti appesa sul filo della tensione, su quello del rasoio in barba alla tristezza.
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