Tan Dream

I sensi insensati
giovedì, 27 ottobre 2005

Appeso all'asta

Mi vendo a prezzi smodati, contattare il retrò e la moda casual, da abito antico mi appendo bene nel vostro antiquario adiacente al vostro acquario essendo del segno dei pesci ascendente in pani e questo già è un miracolo. Compratemi con liquidi che sappiano sciogliere il saldo delle stagioni, sconti su tutti i capi che non hanno bisogno di governare e di governanti, faccio il tutto esaurito mentre divento folle e ti porgo la mano a cercare una monetina di consolazione, mi serve per la colazione e la riconciliazione, effettuo prelievi su ogni tipo di pelle a cercare la vena d’oro e quella che porta al cuore, il punto più ricco. Dar credito a tutti e far carte false per comprarsi la stima di ognuno? Mi gioco tutte le carte di credito e di considerazione, si punta in alto, si mira e si spara a zero che passava lì per caso e si ricomincia da uno. Rateizzatemi i condoni assieme ai cordoni domenicali, lasciatemi passare attraverso l’ingorgo, come fossi Mosè che separa le due corsie dal traffico, affittatemi una camera con vista e un salotto con olfatto, un tetto con naso e un muro che non risponda quando parlo da solo. Acquistate fiducia in me e pagate con comodi bollettini di guerra, perché una lotta si paga sempre che si vinca o si perda, una lotta tra me, te e loro. Una lotta intestinale che si chiude in bagno per la vergogna, tirare la cordicella e vederla risucchiare in un fiume di denaro. Spendete bene il mio tempo, regalatelo alle masse e alle massaie, siate giudiziosi ma non giudici, ricattatemi se potete e incartatemi in carta regale alla corte del re Mida. Se è tutt’oro quello che tocco non mi resta che fiondare le mie mani su tutto e aguzzare il palato all’argento vivo addosso. Oggi devo avere proprio una faccia di bronzo, terzo in ogni cosa, il terzo incomodo e quello sul comò, il tuo amante a pagamento, a ore, ti riscaldo come un falò, sono io oggi il tuo gigolò.

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martedì, 25 ottobre 2005

Quattro chiacchiere prima di svegliarsi

Dormono i miei sogni stamattina in un palmo di mano, provo a sniffarli per tirarmi su il morale, faccio il ficcanaso e me li tiro giù tutti d’un colpo, mi sveglio sbigottito, sbottonato, e con un enorme bottino addosso, quelle coperte imbottite di tutte le allucinazioni della mia vita. Ho la vaga sensazione, quella sensazione che non vuol divertirsi, quella sensazione che non si svaga, quell’emozione che non si paga, quel sentimento scontato a caro prezzo senza interessi per nessuno, con un residuo lordo di scarsa affettività. Un affetto fatto a fette, da distribuire come i pani, da moltiplicare come i pesci, da bere tutto d’un fiato per rimanere senza respiro, agitandolo bene prima dell’uso, scosso da un affetto sulla scala Richter dei valori che fanno tremare, elettrizzato da una scossa di terremoto emozionale. La malattia della sacra sindrome, la peggiore, che ti prende e ti vuol portare via e tu non sai dove, perché non c’è nessun dove e non c’è nessun perché, e continui a resistere a far finta di non credere, non vuoi dartela a bere neanche fosse Fanta piuttosto che finta. Il fante che non crede più che ci siano carte di cuori nel mazzo, il fante ribelle, forse ancora troppo infante… E’ infantile ribellarsi sulla propria nave mercantile, ammutinarsi e stare anche zitti. Capitano! E ora che cambiamo rotta! Anche perché se è rotta… ci vuole quella nuova!!!


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giovedì, 20 ottobre 2005

Intermezzi

Scadono i prodotti
svariati avariati
st'autunno stonato
poggia la pioggia
sul capo sbendato.

Cadono sfoglie
da colonne svestite
cadono spoglie
su fiori sfioriti.

Sventola il vento
a spettinare il cappello
spolvera la polvere
sul manto di stelle
smaltato d'argento.

S'aprono raggi di ruota
del sole che gira
rosso e blu coriandolo
come carnevale lassù.

Nuvole martello
scolpiscono i cieli
artista maltempo
col tempo disegna
tavolozze imbandite.

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categoria: poesia, forse


domenica, 16 ottobre 2005

Vado in viaggio, porto le borse sotto gli occhi

 

Certo, bisogna aguzzare la vista come se fosse punta di matita per trovare il punto giusto della percezione, sfaldare i contorni inesatti della realtà, ritagliare l’angolo dell’occhio che strizza le palpebre al mondo, sbatterle velocemente come stupito, appena sveglio da un suono improvvisamente delicato e meraviglioso. Ho osato aguzzarli verso la mia aguzzina, la mia carceriera, la fisso all’interno, le contorno lo spirito per vedere di che pasta è fatta, pasta di farina, è farinosa all’interno e gracchiante fuori, sono prigioniero di una donna che non c’è, assume tutte le forme e le sembianze, la donna che non c’è, il fantasma delle mie paure, come quando da bambino al buio con gli occhi sbarrati. Attraverso le sbarre della mia cella. Apritemi gli occhi, sono imprigionato in questa visione! Ho gli occhi impalati, le venuzze rosse che si dirigono verso l’iride e piange, lì ride, ma poi piange. Occhi che sorridono, occhi che piangono, occhi muti. Ho dato un’occhiata al tuo cuore, sembra che tu ne soffra, un malato di cuore e di vista, oh, scusa la svista! Ho sfiorato con la coda degli occhi il tuo collo, scusami non l’ho fatto apposta, mi è sfuggito uno sguardo, adesso me lo riprendo. Ridatemi la chiave, fatemi uscire da questa proiezione, dalla tua proiezione, ridatemi me stesso e con esso il resto, dove sto? Credo di essermi perduto di vista!
Sventolo bandiera bianca che ha tutti i colori dell’iride, ridatemi il mio bastone, sono cieco, sono cieco, esattamente come l’amore!

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giovedì, 13 ottobre 2005

postato da tandream alle ore 13/10/2005 20:13 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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giovedì, 13 ottobre 2005

La donna senza elementari (che non ha raggiunto la media)  
 

Ed è proprio quando mi caschi sul più bello che penso che tu sia una donna che pensa solo all’aspetto esteriore, donna fatale senza essere fata, che mi sviene sul bello e viene colta in flagrante, poco fragrante, dal gusto un po’ retrò, ma non si tira indietro se la tira solo avanti, donna bella e smaliziata, maliziosa al profumo di peperoncino toccante e di cioccolata sfottente, donna che spende, quanto mi sei cara. Sei carismatica, i gioielli sono i tuoi migliori amici ma non ti sanno mai consigliare, un diamante è per sempre, l’amore invece si spezza, gli uomini sono ricambio stagionale a seconda delle occasioni, li indossi come abiti e li butti via appena perdono valore, e quando le piccole donne crescono, poi iniziano a sentirsi sole piuttosto che lune, riaprono i vecchi armadi, ripescano i vecchi stracci buttati via fuori moda e adesso di nuovo di tendenza, si prende anche quello più logoro e ci si fascia la vita, la vita per sempre, perché è così dannatamente impossibile per una donna restare sola. Alla fine va bene tutto, anche se non è amore, ma va bene… e poi diventerai donna frustrata o forse addirittura frustata, magari sfruttata e avrai goduto dei tuoi migliori anni della vita. Della vita intorno. E quante sono le donne così? Come la maggior parte dei maschi che si regalano a queste donne. E l’amore? E il lavoro? E la chitarra?  

Starò dando di matto o starò dando di scacco? A voi l’arrocco, io mi ritiro in partita o come al solito lo farò in lavatrice…e adesso vi prego, ridete!
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categoria: panico


martedì, 11 ottobre 2005

Un po' come Rimbaud

Era un fuggi fuggi generale e il tenente non sapeva ed era li ad aspettare! Spettrale come l'acqua vista all'orizzonte di un dirupo scosceso, così disceso, osceno, manforte del mio cuore, tra la paura e il terrore meglio non scegliere il tremore! Immaginami, smagazzinami dai tuoi pensieri, sono forse così reale? Così reale come un re, suono forte come una chiave, quella di do, pianista sull'oceano e chitarrista sul marciapiede, faccio manbassa di tutte le note, alzo i piedi a tutte le chimere, trottola che gira sul proprio capo, sono la luccicanza nella notte che suona, sono tutte le fedi e le fedine, le penali e le pene, i pegni e i peni, l’universo intero ruota intorno a me. Sono il folle che grida dal monte che una nuova Era è venuta, e Zeus ne è geloso, grido agli stolti perché io sono pazzo e chi mai avrà ragione? Piegami mentre volo e spiegami le ali e non lasciarmi, non lasciarmi andare via… scio via, scio via… attenzione alle valanghe, sono in caduta libera, cado ma non sono un cadeau, apri le mani, raccoglimi piano a piene mani, adesso sono stordito e infiocchettato, sono il rosa sulle tue guance, m’imbarazzi e mi sbarazzo di te, scappo e mi rincorri ma io volo, io volo via.
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lunedì, 10 ottobre 2005

Scappa!

Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore. Quelli che diventano pensosi. Ci sono quelli che parlano del più e del meno, neanche del morto, di piccole cose domestiche, ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si vede in faccia, ci sono quelli che piangono molto e cicatrizzano in fretta e ci sono quelli che annegano nelle lacrime che versano. Ci sono quelli che sono contenti, sbarazzati di qualcuno, ci sono quelli che non riescono più a vedere il morto, tentano, ma non ce la fanno, il morto ha portato con sé la propria immagine, ci sono quelli che vedono il morto ovunque, vorrebbero cancellarlo, vendono i suoi tre stracci, bruciano le sue foto, traslocano, ci riprovano con un vivo, ma niente da fare, il morto è sempre lì, nel retrovisore. Ci sono quelli che fanno il picnic al cimitero e quelli che lo evitano perché hanno una tomba scavata nella testa. Ci sono quelli che non mangiano più, ci sono quelli che bevono, quelli che si domandano se il loro dolore è autentico o costruito. Ci sono quelli che si ammazzano di lavoro e quelli che finalmente si prendono una vacanza. Ci sono quelli che trovano la morte scandalosa e quelli che la trovano naturale con-l’età-per-cui, circostanze-che-fanno-sì-che… è la guerra, la malattia, è la moto, la macchina, l’epoca, il destino, la vita,

            ci sono quelli che credono che la morte sia la vita. 

            E ci sono quelli che fanno una cosa qualsiasi. 

            Che si mettono a correre per esempio.

Prendete me, fatemi del male, io corro.

postato da tandream alle ore 10/10/2005 12:09 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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domenica, 09 ottobre 2005

Adesso inizi a sentire freddo. E’ trascorsa una settimana, è trascorso un anno intero e siamo di nuovo faccia a faccia, il tempo che passa e non collassa mai. Si fermasse un attimo a pensare e a chiedersi del perché va avanti nonostante tutto e non tornasse magari un po’ indietro a rivedere le proprie tesi, magari a cambiarle o a scambiarle e crearsi un nuovo alibi tutto suo. Ché il tempo è colpevole di mille misfatti e disfatti, ma anche colpevole di fatti e rifatti di gioie e Pic indolor, di me che sono qua perché un tempo nacqui, di me che sarò al di là perché viene il tempo di morire, ma prima viene quello delle mele e se ti va male quello delle pere, della prima pietra, del sassolino appeso al collo, del non dimenticarmi mai, del non ti scordar di me e del bacio a mezzanotte, di quel ti amo detto tanto per dire, di quella rosa data tanto per dare, di quel giorno in cui poi mi dicesti addio e sei diventata attrice in un film come scomparsa. Ho gli sbalzi di tempo, piuttosto che quelli d’umore. Forse è ora di fermarsi qui, ma nessuno mi ha mai ben spiegato dove sia questo qui. Forse andrò a qui pro quo, la grande città dei malintesi.
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domenica, 02 ottobre 2005

Scappa e spada

Dopo che si cosparge della cenere sul capo bisogna portarlo in lavanderia, dalla bella lavandaia che ti ripulirà l’abito macchiato, ma chi è senza macchia scagli il primo getto d’inchiostro come ogni buon cavaliere deve fare. Un cavaliere s’inchina davanti alla sua amata e mostra il capo e si declina da ogni responsabilità se quel capo è ancora sporco. La lavandaia non avrà fatto il suo dovere. Chi di spada ferisce di solito uccide e poi prende la palla al balzo ed esplode se per caso salta addosso a qualcuno. Gettare il guanto bianco della sfida è da maleducati, soprattutto se lo fa un chirurgo mentre sta operando, io sono invece un cavaliere e i guanti me li lavo da soli, così come i piatti ma anche quelli spessi. Un cavaliere dev’essere gentiluomo, deve avere il cavallo e se gli è stato regalato mai guardargli in bocca. Deve saper raccogliere la treccia della principessa imprigionata nella torre che ormai a forza di attendere perde i capelli, portarla con se a fare shopping tra i mulini a vento, raccogliere margherite, margarine, marzapane, magrine, grandi e grosse, magrasse, smargiasse, Mar dei Sargassi, l’isola di Riva Ombrosa e chi più ne ha per favore le tolga. Un Marcantonio deve saper marcare anche Stefano e dribblare Ottavio e centrare la porta ad occhi chiusi. Esattamente come Guglielmo Otel che sapeva cogliere le mele sulla testa di quei poveri malcapitati inconsapevoli di essere alberi da frutto. Deve saper rubare ai ricchi e dare ai poveri, ed evitare accuratamente di ascoltare le lagne de I Ricchi e Poveri ormai defunti. Ci vuole una forte corazza, poi a mezzanotte ricordarsi della scarpetta da fare alla spaghettata, mangiare la carrozza a forma di zucca, uccidere il lupo cattivo, rubare la pensione alla nonna, travestirsi da uno dei sette nani per entrare nel letto di Biancaneve, farla diventare rossa d’imbarazzo, correre per i prati nudo e diventare figlio dei fiori.
postato da tandream alle ore 02/10/2005 13:41 | Permalink | commenti (9) / commenti (9) (pop-up)
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