Mi vendo a prezzi smodati, contattare il retrò e la moda casual, da abito antico mi appendo bene nel vostro antiquario adiacente al vostro acquario essendo del segno dei pesci ascendente in pani e questo già è un miracolo. Compratemi con liquidi che sappiano sciogliere il saldo delle stagioni, sconti su tutti i capi che non hanno bisogno di governare e di governanti, faccio il tutto esaurito mentre divento folle e ti porgo la mano a cercare una monetina di consolazione, mi serve per la colazione e la riconciliazione, effettuo prelievi su ogni tipo di pelle a cercare la vena d’oro e quella che porta al cuore, il punto più ricco. Dar credito a tutti e far carte false per comprarsi la stima di ognuno? Mi gioco tutte le carte di credito e di considerazione, si punta in alto, si mira e si spara a zero che passava lì per caso e si ricomincia da uno. Rateizzatemi i condoni assieme ai cordoni domenicali, lasciatemi passare attraverso l’ingorgo, come fossi Mosè che separa le due corsie dal traffico, affittatemi una camera con vista e un salotto con olfatto, un tetto con naso e un muro che non risponda quando parlo da solo. Acquistate fiducia in me e pagate con comodi bollettini di guerra, perché una lotta si paga sempre che si vinca o si perda, una lotta tra me, te e loro. Una lotta intestinale che si chiude in bagno per la vergogna, tirare la cordicella e vederla risucchiare in un fiume di denaro. Spendete bene il mio tempo, regalatelo alle masse e alle massaie, siate giudiziosi ma non giudici, ricattatemi se potete e incartatemi in carta regale alla corte del re Mida. Se è tutt’oro quello che tocco non mi resta che fiondare le mie mani su tutto e aguzzare il palato all’argento vivo addosso. Oggi devo avere proprio una faccia di bronzo, terzo in ogni cosa, il terzo incomodo e quello sul comò, il tuo amante a pagamento, a ore, ti riscaldo come un falò, sono io oggi il tuo gigolò.
Dormono i miei sogni stamattina in un palmo di mano, provo a sniffarli per tirarmi su il morale, faccio il ficcanaso e me li tiro giù tutti d’un colpo, mi sveglio sbigottito, sbottonato, e con un enorme bottino addosso, quelle coperte imbottite di tutte le allucinazioni della mia vita. Ho la vaga sensazione, quella sensazione che non vuol divertirsi, quella sensazione che non si svaga, quell’emozione che non si paga, quel sentimento scontato a caro prezzo senza interessi per nessuno, con un residuo lordo di scarsa affettività. Un affetto fatto a fette, da distribuire come i pani, da moltiplicare come i pesci, da bere tutto d’un fiato per rimanere senza respiro, agitandolo bene prima dell’uso, scosso da un affetto sulla scala Richter dei valori che fanno tremare, elettrizzato da una scossa di terremoto emozionale. La malattia della sacra sindrome, la peggiore, che ti prende e ti vuol portare via e tu non sai dove, perché non c’è nessun dove e non c’è nessun perché, e continui a resistere a far finta di non credere, non vuoi dartela a bere neanche fosse Fanta piuttosto che finta. Il fante che non crede più che ci siano carte di cuori nel mazzo, il fante ribelle, forse ancora troppo infante… E’ infantile ribellarsi sulla propria nave mercantile, ammutinarsi e stare anche zitti. Capitano! E ora che cambiamo rotta! Anche perché se è rotta… ci vuole quella nuova!!!
Certo, bisogna aguzzare la vista come se fosse punta di matita per trovare il punto giusto della percezione, sfaldare i contorni inesatti della realtà, ritagliare l’angolo dell’occhio che strizza le palpebre al mondo, sbatterle velocemente come stupito, appena sveglio da un suono improvvisamente delicato e meraviglioso. Ho osato aguzzarli verso la mia aguzzina, la mia carceriera, la fisso all’interno, le contorno lo spirito per vedere di che pasta è fatta, pasta di farina, è farinosa all’interno e gracchiante fuori, sono prigioniero di una donna che non c’è, assume tutte le forme e le sembianze, la donna che non c’è, il fantasma delle mie paure, come quando da bambino al buio con gli occhi sbarrati. Attraverso le sbarre della mia cella. Apritemi gli occhi, sono imprigionato in questa visione! Ho gli occhi impalati, le venuzze rosse che si dirigono verso l’iride e piange, lì ride, ma poi piange. Occhi che sorridono, occhi che piangono, occhi muti. Ho dato un’occhiata al tuo cuore, sembra che tu ne soffra, un malato di cuore e di vista, oh, scusa la svista! Ho sfiorato con la coda degli occhi il tuo collo, scusami non l’ho fatto apposta, mi è sfuggito uno sguardo, adesso me lo riprendo. Ridatemi la chiave, fatemi uscire da questa proiezione, dalla tua proiezione, ridatemi me stesso e con esso il resto, dove sto? Credo di essermi perduto di vista!
Sventolo bandiera bianca che ha tutti i colori dell’iride, ridatemi il mio bastone, sono cieco, sono cieco, esattamente come l’amore!
Ed è proprio quando mi caschi sul più bello che penso che tu sia una donna che pensa solo all’aspetto esteriore, donna fatale senza essere fata, che mi sviene sul bello e viene colta in flagrante, poco fragrante, dal gusto un po’ retrò, ma non si tira indietro se la tira solo avanti, donna bella e smaliziata, maliziosa al profumo di peperoncino toccante e di cioccolata sfottente, donna che spende, quanto mi sei cara. Sei carismatica, i gioielli sono i tuoi migliori amici ma non ti sanno mai consigliare, un diamante è per sempre, l’amore invece si spezza, gli uomini sono ricambio stagionale a seconda delle occasioni, li indossi come abiti e li butti via appena perdono valore, e quando le piccole donne crescono, poi iniziano a sentirsi sole piuttosto che lune, riaprono i vecchi armadi, ripescano i vecchi stracci buttati via fuori moda e adesso di nuovo di tendenza, si prende anche quello più logoro e ci si fascia la vita, la vita per sempre, perché è così dannatamente impossibile per una donna restare sola. Alla fine va bene tutto, anche se non è amore, ma va bene… e poi diventerai donna frustrata o forse addirittura frustata, magari sfruttata e avrai goduto dei tuoi migliori anni della vita. Della vita intorno. E quante sono le donne così? Come la maggior parte dei maschi che si regalano a queste donne. E l’amore? E il lavoro? E la chitarra?
Ci sono quelli che vengono schiantati dal dolore. Quelli che diventano pensosi. Ci sono quelli che parlano del più e del meno, neanche del morto, di piccole cose domestiche, ci sono quelli che dopo si suicideranno e non glielo si vede in faccia, ci sono quelli che piangono molto e cicatrizzano in fretta e ci sono quelli che annegano nelle lacrime che versano. Ci sono quelli che sono contenti, sbarazzati di qualcuno, ci sono quelli che non riescono più a vedere il morto, tentano, ma non ce la fanno, il morto ha portato con sé la propria immagine, ci sono quelli che vedono il morto ovunque, vorrebbero cancellarlo, vendono i suoi tre stracci, bruciano le sue foto, traslocano, ci riprovano con un vivo, ma niente da fare, il morto è sempre lì, nel retrovisore. Ci sono quelli che fanno il picnic al cimitero e quelli che lo evitano perché hanno una tomba scavata nella testa. Ci sono quelli che non mangiano più, ci sono quelli che bevono, quelli che si domandano se il loro dolore è autentico o costruito. Ci sono quelli che si ammazzano di lavoro e quelli che finalmente si prendono una vacanza. Ci sono quelli che trovano la morte scandalosa e quelli che la trovano naturale con-l’età-per-cui, circostanze-che-fanno-sì-che… è la guerra, la malattia, è la moto, la macchina, l’epoca, il destino, la vita,
E ci sono quelli che fanno una cosa qualsiasi.
Che si mettono a correre per esempio.
Prendete me, fatemi del male, io corro.
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