Partiremo senza nessun alibi
con le stelle buttate in un pozzo
partiremo con la rugiada sull'alba
sarà un navigare pellegrino
le nostre stelle ci inseguiranno
per illuminare il cammino
le stelle che non hanno nessun alibi
sono lì spaventate sul cielo
così abilmente camuffate
trapuntate a scaldare il firmamento
quando perderanno l’equilibrio
cadranno senza più essere abili
bisognerà inseguirle correndo
sarà quello il nostro tragitto
nel punto dove crolleranno
magari con il cuore trafitto
ricostruiremo casa e fermezza
sapendo che le stelle sono acrobate
aggiungeremo trapezi e teloni
ricominceranno i giochi
e riapriremo i sipari.
Prendiamo ogni precauzione prima di prenderci qualsiasi ustione di terzo grado, non ci dovrà essere condizione caso mai unzione dei nostri visi levigati dalla tempesta, con i nostri vestiti di raso, rasi al cielo piuttosto che a terra, strisciando capovolti con i piedi verso l'alto e la testa vertiginosa per terra. Non impiccati, ma diametralmente opposti al mondo, noi camminiamo sul cielo e vi guardiamo con un occhio di riguardo, facciamo lunghi sguardi d'approvazione, e lunghi sospiri di depravazione, godiamo del vostro peccato, siamo più lerci di voi, siamo coloro che colorano la notte, siamo la gente che cammina a rovescio. Abbiamo perso ali ed abitudini, ma restiamo sempre sulle vostre altitudini, siamo elevati, spiriti sopra elevati, ascensori che non conoscono piani inferiori, siamo sempre un gradino sopra, non ci raggiungerete mai, noi abbiamo la febbre dell’intera settimana con quel gradino sopra, siamo malati e incrollabili, e non potrete mai scrollarci da su di voi. Non saremo mai valanghe, non correremo mai a perdifiato, siamo rocce ferme e vaporose, siamo le duri nuvole del cielo, gli angeli infermi al terzo piano, quelli che non discenderanno ma neanche saliranno, siamo la collera divina, siamo i piccoli dettagli quelli che tagliano col tello. Voi non lo saprete mai, chi davvero noi saremo, ma siamo qui marcescenti e denudati, i morti della notte, a ballare sulla luna rovesciata, sull'altra faccia della medaglia, per abbagliarvi con la nostra oscurità. Siamo i morti della notte, siamo la tua felicità.
Data la mia veranda età, un’età appesa agli stendi panni di un balcone trapezista, una età da lode, un’età che ha una certa età, trenta e lode, dovrei supporre che ormai tutto mi è stato dato e tutto mi è stato concesso, nonché rubato e finanche riciclato. Io qui lo dico e qui lo annego, qui lo monto e qui ti smonto, basta farsi un tuffo tappandosi il naso nelle acque dell'eterna giovinezza, accanto all'isola che non c'è, dove spunta l'albero Joshua della giovinezza, vitaminizzarsi, liposuzionarsi, lifting di qua e botulino di là, fare scorta di pasticche di Viagra che non si sa mai, piantiamola con i capelli, smettiamola pure di lamentarci e basta col chiedermi "Ti ricordi quando…”. No, io non ricordo niente, non mi ricordo niente. La mia è una memoria solubile, il mio un corpo in formaldeide, io praticamente non esisto, resisto a volte, praticamente state leggendo le scritta di fantasma condannato a leggere blog in eterno, la condanna peggiore che possa capitare ad un povero cristo, figuriamoci ad un povero spettro. Se poi mettiamo anche che lo spettro della luce fa in modo che si notino ancor di più le rughette che iniziano a formarsi sotto gli occhi, sappiate che io sono un fantasma che rispetta le tradizioni: esco solo dopo la mezzanotte. Ora io non so bene di chi stia ben parlando, di quella personalità lì, o di quella personalità là, perché io ne ho diverse, a seconda di come mi sento la mattina (se urlo mi sentirò), ne indosso sempre una a caso, l’armadio è pieno e faccio sempre il ricambio stagionale. Sono il fantasma stagionato. Non quello formaggino. Ho altri trent’anni di condanna. A vivere, concedere e concedersi, rubare e derubare, amare e odiare, sostituire e aggiornare, variegare e vergare, darti la mano e poi passarmela tra i capelli, camminare scodinzolando, svegliarmi e fare uno squillo, andare sui marciapiedi a farmi la squillo o diventarlo, assumermi e licenziarmi. Sono uno che si fa da solo insomma, un onanista.
Sens'azione non ci si muove, non si prova alcuna sensazione, a stare lì fermi e immobili, come stanze ammobiliate di sole sedie senza neanche la possibilità di distendersi per asciugarsi dall’umida pioggia invernale che ha invaso ossa e intelletto, l'intelletto, che chiamo così perché è perfetto per distendersi con intelligenza su di un letto, l'intelletto sessuale, che forse è oltre le affinità elettive, di cui i politici italiani non sono certo bravi conoscitori. E ne tanto meno tori, forse nani in preda ad una crisi di megalomania, e me la dia, me la dia, chiunque tu sia, mi dia un’apparizione televisiva, lo faccio per il popolo italiano, per salvarlo da una situazione sinistra, da una politica mancina, la prego di continuare a sterzare a destra! E poi casca il mondo e si sbanda, si sbanda per la ragazza della porta a fianco, si mandano rose rosse ma lei ti risponderà brutto comunista, e allora vorrai rivedere aperte le porte delle case chiuse e soprattutto di quei casi rimasti irrisolti, anche se sono casi chiusi li vogliamo riaprire oppure no? Vogliamo ad esempio prendere il conflitto d’interesse insito in ognuno di noi? Qual è il nostro conflitto interiore se non una guerra senza sosta tra un battito di cuore e un battito di pistola, quel rischio di non saper rinunciare al suicidio neanche l’ultimo dell'anno, o il giorno del compleanno? Ai nani da giardino affetti e afflitti da megalomania do il mio benestare, ma che non si faccia confusione tra cabarettismo e ragione.
Ti ho presa per gli occhi con l’ultimo sguardo a squarciagola, insinuando sinuoso le mie dita tra di te. Hai aperto bocca senza pronunciare parola, ne ho approfittato con i polpastrelli a scivolare sulla punta delle tua labbra per toglierti tutti i perché, tu piccola e indifesa, io in attacco, appiccicato al tuo stupore a bocca aperta e col cuore in gola, sono rimasto incollato al tuo respiro, ti ho fatto soffocare senza dire una parola, la mia lingua farcita con la tua, ti ho accolta in me a braccia chiuse e gambe aperte, ti ho fatto soffocare urlando ad occhi chiusi, con il tuo stupore trasformato in rivolo di sudore sul tuo seno teso ad asciugare, sei divenuta il mio lenzuolo impregnato di miele ed io l'ape regina impegnato a raccoglierti in me. Tremando come in preda al panico, sei stata la mia preda al piacere, ti ho colta sul fatto, umido fiore aperto, abbiamo chiuso gli occhi e le finestre al cielo, ci siamo voltati verso di noi e ci siamo violati a vicenda, siamo stati ricoperti da un bagno di luce, abbiamo imparato a nuotare corpo su corpo senza respirare, siamo stati colpiti ed affondati. Io a fiondarmi su di te, tu a fondere con me. Siamo rimasti così confusi, senza né vincitori né vinti. Cinti tra di noi con l'amore in giro per casa mentre fuori il mondo esplode.
Saranno lividi e brividi
quelli da non rimuovere sulla tua pelle
sono incollati bene come bambini
sulla tua schiena ricamata di strade
lungo la tua dorsale autostradale
rischio l'incidente in retromarcia
pigiandoti con le dita
come se fossi un clacson di corsa.
fanno fumo sino ai tetti del cielo in costruzione.
Scusami quel giorno se ho fatto distrazione
non avevo notato il tuo sguardo di fianco al mio.
Dovevi seguire i segnali di fumo nella stazione
li avevo accesi per pura constatazione.
Adesso che ho perso la matassa
ho paura che caschi il cielo in costruzione.
Era diventata la tua casa e la tua cornice
e cade tutto a pezzi come pura illusione
ora che non è più pura diventa paura,
paura che ci sia un cielo in distruzione.
Ho piantato un oltraggio nel giardino dell'oltre. Sono andato oltre ogni coltre, tagliando con il mio soffio la nebbia, ho inoltrato l'altrove a rischio e pericolo, sono andato al di là di ogni prospettiva e soprattutto di ogni percezione. Ho alterato l'altro oltre da me, l'ho fatto stendere ad asciugare e riposare a poltrire. Ove altri non sono mai stati io ho posato il piede e lasciato l’orma, ho riposto poi l'arma, mi sono congedato e con questo freddo direi di essermi anche congelato. Con panna. Con gelato alla panna, un cono di meraviglia, cioccolato sfondente, si scioglie meglio sulla lingua per avere meno nodi in gola, l’ho agitato prima dell’usura e l’ho ingoiato a perdifiato. Ho sputato fuori lingue di fiamme ed ho rischiato di farti arrostire, anzi, arrossire. E con il nuovo anno non condanno più nessuno, butto tutto il vecchio dalla finestra, povero nonno. Va bene, lo risparmio, lo metterò in banca, è un po' rotto, ammaccato, lo metterò in bancarotta, ruberò tutti i suoi denari ma anche i sette belli, e gli ottavi brutti, le none stonate, le decime palindrome, le undicesime pianificate, le dodicesime mensili, la tredicesima. Ruberò i cuori ai ricchi per darli agli sprovveduti, coloro che non vedono che oltre l’occhio del ciclone ci può essere anche la calma piatta e un piatto ricolmo d’amore, pasta e banane, fragole e bistecca. La fragola, sì, quella che rimane in gola, goliardica, una gran voglia di fragola anche sulla schiena. Ho l'acquolina in bocca, ma non voglio sputare il pesce rosso, commetterei forse un pescicidio, quello è da fare il primo Aprile. Verrà Pasqua, poi di nuovo Ferragosto. E se adesso non sarà Natale tutti i giorni, cercheremo almeno un carnevale giornaliero, puntuale, in perfetta punta di piedi, in orario come le lancette, senza tirare frecciate a nessuno, freccette magari, per colpire giusto nel segno. E poi di notte, colpire nel sogno.
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