A volte appare strano come l'anima si rubi da sola e s'involi via tra scie di rubino derubata dal diavolo in persona, da una donna, appunto non una santa, lì in quel docile inferno, dove l'angelo non gela e le ali stanno al caldo, ci si attende sicuri una calorosa stretta di mano, un caldo soffocante proprio come quando ci si bacia e ci si accorge di combaciare l'un con l'altro, in quel posticino lì al caldo. Senza sudare freddo e con le guance rosse di un bambino, così a caldo, accedendo candeline prima della cena, quella del peccato, quella che si gusta con cibo ben cotto, in quel nostro piccolo inferno di paradiso. Mangiafuoco e la fata turchina hanno scelto il luogo del loro matrimonio, ci saranno lingue di fiamme che s'intrecceranno tra loro come i capelli della fata turchina, come le mani e le code di fuochi fatui che si rincorrono sopra il mare.
Se quando mi spoglio sono completamente nudo perché quando mi vesto non sono mai completamente indossato? Sono queste le domande che a volte mi pongo e a volte mi porgo sulle manine del cervello che le conducono subito nel dimenticatoio. A volte me le purgo, domande da bagno, carta straccia come se alcune idee fossero rifiuto di una società compromessa e chiedessero aiuto allo spazzino delle polveri da sparo. Quando la spari grossa, chi credi poi pulisca? E se la spari grossa non hai paura di ferire? Se colpisci al cuore infrangi? Se infrangi rompi vetri? Il cuore è dunque di vetro? E allora mi ci specchio ma spesso non mi ci riconosco, mi ci scompongo, mi scompagno dalla mia identità, non ricordo, non viene, non pervenuto, non gode, misteri della fedina penale, colpevole e innocente, colpevole per aver colpito, innocente per aver fatto un inno? Certo quando si fa un inno alla pace non si può essere colpevoli anche se un po' di colpi si danno, colpi che non fanno alcun danno, colpe, le colpe che invece scorazzano via come una volpe nel tuo bosco interiore. Ed è tutto così losco dentro di noi, così buio, così senza parvenze, senza parvenza di un lumicino, da ingoiare forse una candela e farla accendere al primo globulo rosso con la fiacca olimpica che non respira più, non ci riesce, non c'è la fa. Una fiacca olimpionica. Ma metti che ci riesca, diventeresti torcia umana per diventare così visibile a tutti? Far vedere a tutti quello che hai dentro, bruciando tappa su tappa, che poverine, poverine loro, che hanno sempre un'invidia tremenda per quelle modelle alte un metro e ottanta, non bruciamole. Ma non sono qui per giudicare, oggi ho solo una parola in mente: frangipane. E non so bene neanche cosa sia. Una macchina nuova fiammante non sempre è cosa buona. Prendete gli estintori. A volte ho come l'impressione che possa andare a fuoco tutto. Ho un leggero bruciore di stomaco...
Non avrò pace finché ci sarà guerra e questo è fin troppo facile. Ma so comunque per certo che la mano è una lingua perché quando dico piacere, lo dico, stringendola. Con un nodo in gola e le nuvole scorsoie in cielo mi affaccio al balcone e il balcone si affaccia a sua volta sulla strada che a sua volta si affaccia sul mondo e… infinite affacce. Che buon pro vi faccia. E a buon viso non si fa cattivo alito, sarebbe pesante. Come cercare la ricchezza inferiore, così pesante che si è sepolta come un tesoro nascosto, ma c’è, c’è sempre. C’è sempre qualcuno che osa, quel qualc’osa che ti fa capire che non bisogna mai arrendersi.

E’ una situazione imbarazzante, non riesco più ad aprire bocca, come avere la porta della chiave piuttosto che il contrario. Il vento tira forte, le finestre se ne sbattono, le orecchie se ne infischiano, i capelli vengono portati via, le foglie sono spazzate via, la polvere si alza e lascia un letto finalmente pulito, l'ago nel pagliaio perde la bussola, nel lago del pagliaio si alzano le onde, qualcuno ha trovato l'uovo col pelo strapazzato. Camminare a bocca aperta non conviene, non col vento, bisogna respirare a pieni polmoni trattenendo l'aria per la coda su per il naso, è una scia d’aria, un’ascia che sferza nel vuoto, smuove rami e ciottolletti arenati. E' forse ora di chiudersi in convento? Con questo vento che m’invento, vorrei vantarmi di qualcosa, forse mi ven taglio, tagliarsi le vene per un po’ di vento? Non mi sembra necessario, mi inietterò nella galleria del vento dove s’intravede la luce in fondo, corro con le ali ai piedi, esattamente a pedali, vado a rincorrere la poesia scappata via, fuggita proprio via da quella gatta buia di malinconia, poesia evasa come tassa sulle rime che nessuno paga mai. E adesso tira vento, spiegate le vele, controllate tutti i voli, c'è bisogno forse di riappropriarsi della musa, una di quelle novemila intristita e adesso musona, è solo un modo di camminare contro vento, con due passi sul sentiero alato, a quattro zampe per incespicare, a dieci dita per spiccare un salto, un volo con un gesto, come se si fosse personaggi inventati. Soffiati via con la bocca tra due dita.
Dov'eri quando sono caduto in disgrazia, dov’eri quando ho perso la grazia?
Sette giorni lungo un anno, hai strappato carte e cuore,
distribuite alla terra, hai cantato senza contare più su di me,
hai ballato danze macabre, in quella festa del peccato,
come una nave infranta sulla riva, la sabbia del tempo che racconta la storia,
ha tutto il tempo che vuole, per nascondersi nei fondali oceanici,
per insabbiare il dolore, per terminare la storia.
E mai scaverò in fondo, a rinvangare valanghe spianate nel dimenticatoio,
ma il cassetto del non ti scordar di me è sempre lì con il lucchetto da scassinare.
Un cuore cassaforte, adesso suona debole, il campanello d'allarme,
batte alla cassa come neanche se fosse, un palpito di chiesa, un ottima scusa,
oh da quale pulpito, da quale sacra cattedra, adesso seduta sta il registratore di fosse.
Ogni tanto per buttarci un petalo, tanto per dimenticare ancora,
che si è sofferti, che s'offerto è stato il mio cuore a te,
un fiore scandalo, la violazione del pensiero,
le note per ricordare una pietra che rotola stonata sul dirupo,
rolling stone, si scade a volte,
si scade come i prodotti, scade il tempo e non c'è più tentazione.
Liberaci dal sale, anche se il mare, senza quel sale, rischia di far annegare,
meglio sprofondare e tapparsi il naso, vedere il tesoro
raccogliere la nuova sirena che non urla.
Sull'urlo di un uomo, che cade nel baratro.
Rimane uno schianto.
Ho intravisto uno spiraglio di luce. Era una torcia umana in fondo ad un tunnel. Ho visto anche la donna cannone che si sparava una canna e finiva con una palla al piede per detenzione di stupefacenti. Cosa ne sarà della Donna Cannone di De Gregori? Il clown pagliaccio è depresso e vorrebbe buttare giù tutto il tendone. L'acrobata trapezista è rimasto appeso ad un filo di vita, si dondola da una parte all'altra a testa in giù, ma non riesce a decidere quando buttarsi sul telone. I leoni fanno le fusa. Le giraffe allungano il collo. Alle galline glielo tirano il collo, forse in un vano tentativo di trasformarle in giraffe. Ma le giraffe si sa, sono molto simili alle farfalle, tra le loro parentesi graffe potrebbero anche spiccare il volo. Ho sento dire, che la vita è breve come la pipì di una farfalla. Di farfalle ammaestrate non ve ne sono in questo circo. Ma ci stanno lavorando. L’uomo invisibile adesso è ricercato a Chi l’ha Visto. Non sarà facile trovarlo, ma il direttore del circo è disperato e tenta il suicidio tagliandosi le vene con un biglietto da 100 euro. Carta che taglia uccide, can che abbaglia illumina. La vita è un circo, a volte zoo. Non siamo mai completamente liberi, oh sì, vorrei librarmi in aria, così come fanno i libri aperti, si librano e gettano inchiostro, sì, quando piove nero. Non sarà la fine del mondo, ma che fine faremo? Il contorsionista ha deciso di diventare un uomo tutto d'un pezzo. Il direttore è disperato. Adesso sta cercando di togliersi la vita con una banconota falsa. Andrà in coma e sarà una finta morte. Questo circo vuole buttare all'aria tutto lo zucchero filato, ricadrà sui bambini. Loro continueranno a filarlo per costruire una città di zucchero. I bambini sono molto costruttivi. L’equilibrista ha iniziato a soffrire di vertigini. Il direttore è disperato, adesso vuole usare una pistola. Chi dispera si spara? Sta arrivando l’ambulanza, raccoglie il direttore. I medici confermano. Il direttore aveva avuto solo un incubo e al suo risveglio la pistola era caricata a salve. Adesso è salvo. La vita è un circo e il direttore a volte ha gli incubi.